Pinocchio

Pinocchio

Pur non appartenendo al mondo reale in carne e ossa ma all’universo della fantasia, Pinocchio – concepito nel 1881 dal genio di Carlo Lorenzini (in arte Carlo Collodi) – incarna alla perfezione l’archetipo imperituro dell’animo toscano: discolo, refrattario alle regole, ingenuo ma dotato di un cuore generoso e di una fame insaziabile di libertà.

Se il suo autore appartiene a un’epoca storica ormai conclusa, il burattino si è progressivamente affrancato dal passato per diventare a tutti gli effetti un’icona viva e contemporanea: una figura pop costantemente reinterpretata dal cinema, dal teatro e dalla cultura odierna, capace di abitare il nostro presente con una vitalità che scavalca i secoli.

La consacrazione planetaria arriva con il volume Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, diventato il testo non religioso più tradotto, stampato e letto al mondo dopo la Bibbia.

Dalle insidie del Gatto e la Volpe alle tentazioni del Paese dei Balocchi, fino al ventre del Pescecane, le peripezie di questo eroe di legno hanno superato ogni confine geografico ed epocale. Il cinema ne ha moltiplicato il mito trasformandolo in un protagonista del nostro tempo: dall’intramontabile classico d’animazione Disney del 1940 allo sceneggiato cult di Luigi Comencini, fino alle moderne riletture cinematografiche di Roberto Benigni, Matteo Garrone e Guillermo del Toro.

Il celebre naso che cresce a ogni menzogna è il simbolo universale dell’autoinganno, a testimonianza di come una creatura nata dall’immaginario toscano continui a insegnare all’uomo contemporaneo il valore della redenzione, della verità e della conquista della propria umanità.

Zeno Colò

Zeno Colò

Nato all’Abetone (Pistoia) nel 1920, Zeno Colò ha incarnato l’essenza più pura e indomita del montanaro toscano: schivo, tenace, coraggioso fino alla temerarietà e dotato di un talento naturale assoluto.

Cresciuto sui pendii dell’Appennino pistoiese scivolando su assi di legno artigianali, ha sconvolto il mondo dello sci alpino internazionale con uno stile rivoluzionario, introducendo per primo la leggendaria posizione “a uovo” per fendere l’aria alle massime velocità, sfidando il dominio storico degli atleti alpini e scandinavi.

Il trionfo mondiale arriva nei primi anni Cinquanta: dopo aver dominato i Mondiali di Aspen del 1950 conquistando due ori (discesa libera e gigante) e un argento, Colò scrive una pagina indelebile di storia dello sport ai Giochi Olimpici Invernali di Oslo 1952.

Con una discesa libera impeccabile e spericolata sulle nevi di Norefjell, vince la medaglia d’oro olimpica, diventando il primo sciatore italiano della storia a salire sul gradino più alto del podio a cinque cerchi nella regina delle discipline invernali.

Con il passare del tempo e la fine ingiusta della carriera agonistica (dovuta a una rigida squalifica per presunto professionismo da parte della federazione dell’epoca), Colò non ha mai abbandonato la sua terra.

Tornato all’Abetone, ha contribuito in modo determinante a trasformare la montagna toscana in un polo sciistico moderno, disegnando piste leggendarie (le celebri Tre Zeno) e promuovendo lo sviluppo degli impianti di risalita.

Una leggenda dello sport che ha dimostrato come la determinazione e l’orgoglio dell’Appennino toscano potessero conquistare le vette più alte del mondo.

Mario e Vittorio Cecchi Gori

Mario e Vittorio Cecchi Gori

Nati a Firenze (Mario nel 1914, Vittorio nel 1942), Mario e Vittorio Cecchi Gori hanno incarnato l’essenza dell’imprenditoria cinematografica toscana: vulcanici, intuitivi, sfrontati e dotati di un fiuto infallibile per il gusto del grande pubblico.

Con la loro storica casa di produzione, padre e figlio hanno costruito un autentico impero dello spettacolo, dominando per oltre quarant’anni il botteghino italiano e sfornando decine di capolavori della commedia all’italiana con mostri sacri come Alberto Sordi, Totò, Nino Manfredi e Adriano Celentano.

La consacrazione mondiale arriva tra gli anni Ottanta e Novanta, quando il sodalizio familiare finanzia e lancia i più grandi talenti della cinematografia nazionale e internazionale.

Sotto la loro egida vedono la luce pietre miliari come Il sorpasso, Non ci resta che piangere con la coppia Troisi-Benigni, e capolavori premiati con l’Oscar al miglior film straniero come Mediterraneo di Gabriele Salvatores e La vita è bella di Roberto Benigni, oltre a Il postino di Michael Radford e Massimo Troisi.

Un binomio capace di unire il cinema d’autore più osannato dal pianeta ai campioni assoluti d’incasso popolare di Leonardo Pieraccioni e Carlo Verdone.

A cavallo tra la passione per il cinema, il calcio con la presidenza della Fiorentina (portata a vincere Coppe Italia e a sfidare le grandi d’Europa con campioni come Gabriel Batistuta) e l’avventura televisiva con Telemontecarlo, i Cecchi Gori hanno segnato indelebilmente la cultura di massa del nostro Paese.

Una dinastia cinematografica travolgente che ha dimostrato come la fierezza e l’istinto toscano potessero competere da pari a pari con i colossi di Hollywood, lasciando in eredità un catalogo di pellicole che ha fatto la storia del costume italiano.

Massimo Ceccherini

Massimo Ceccherini

Nato a Firenze nel 1965, Massimo Ceccherini incarna il lato più anarchico, imprevedibile e surreale della comicità toscana: una maschera istrionica capace di oscillare tra la farsa grottesca e una disarmante autenticità popolare.

Figlio di un imbianchino e cresciuto calcando i palchi del cabaret e della televisione regionale toscana con il programma di culto Aria Fresca, ha conquistato il grande pubblico grazie a una gestualità scatenata, a una mimica tagliente e a un’ironia verace, priva di qualunque filtro o ipocrisia.

Il trionfo nazionale arriva negli anni Novanta attraverso il sodalizio artistico e fraterno con Leonardo Pieraccioni: con capolavori del botteghino come I laureati, Il ciclone (in cui interpreta l’indimenticabile Libero alle prese con le ballerine di flamenco) e Fuochi d’artificio, Ceccherini diventa la spalla comica per eccellenza della commedia italiana.

La sua irresistibile verve lo porta presto anche dietro la macchina da presa come regista e protagonista di pellicole cult sfrontate e irriverenti, tra cui Lucignolo e Faccia di picche.

La collaborazione con il regista Matteo Garrone lo ha consacrato nel cinema d’autore: prima come indimenticabile interprete della Volpe nel Pinocchio del 2019, poi come co-sceneggiatore del pluripremiato capolavoro Io capitano (candidato all’Oscar come miglior film internazionale). Una carriera poliedrica che ha dimostrato come, dietro l’apparente follia del comico di strada, si celi una profonda sensibilità d’autore e un profondo narratore dell’animo umano.

Marco Masini

Marco Masini

Nato a Firenze nel 1964, Marco Masini incarna alla perfezione l’anima più graffiante e viscerale del cantautorato toscano: tormentato, schietto, ma capace di una profondità emotiva rara.

Formatosi al pianoforte e cresciuto collaborando dietro le quinte con grandi artisti, ha fatto irruzione sulla scena musicale nei primi anni Novanta, sconvolgendo la canzone italiana con testi crudi, provocatori e senza censure che davano voce al disagio generazionale, alla solitudine e alla rabbia dei giovani.

La consacrazione arriva rapidissima sul palco del Festival di Sanremo: nel 1990 trionfa tra le Novità con Disperato, per poi piazzarsi al terzo posto l’anno seguente con Perché lo fai, vendendo milioni di dischi in Italia e all’estero con album iconici come Malinconoia.

Brani coraggiosi e dirompenti come Vaffanculo e Bella stronza hanno segnato un’epoca per la loro autenticità rabbiosa.

Nonostante il successo travolgente, Masini ha dovuto affrontare periodi durissimi a causa di dicerie e ostracismi nell’ambiente discografico, rispondendo sempre con la dignità della sua arte fino al trionfo al Festival di Sanremo 2004 con l’intensa L’uomo volante.

Negli anni della maturità artistica, Masini si è confermato una voce imprescindibile e amatissima del panorama musicale italiano.

Con la sua inconfondibile timbrica roca, un’intensa attività live nei teatri e collaborazioni di prestigio, ha dimostrato come la sincerità espressiva e il coraggio di raccontare le fragilità umane senza compromessi possano resistere alle mode, trasformando il dolore e la passione toscana in una poesia energica e senza tempo.

Juri Chechi

Juri Chechi

Qual è la storia di Juri Chechi? in quanto

Nato a Prato nel 1969, Juri Chechi è una delle leggende più assolute dello sport italiano, universalmente riconosciuto

con il soprannome di “Il Signore degli Anelli”. Incarna alla perfezione la determinazione, la resilienza e la forza di

volontà tipiche della gente toscana, unite a un talento cristallino che lo ha portato a dominare la ginnastica artistica

internazionale per un intero decennio. in quanto 

 

Il culmine della sua straordinaria carriera arriva ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, dove conquista la medaglia d’oro

agli anelli con una prestazione impeccabile che rasenta la perfezione stilistica, spezzando un digiuno olimpico per la

ginnastica italiana che durava da ben 32 anni. Oltre all’oro di Atlanta, il suo palmarès vanta cinque titoli mondiali

consecutivi e quattro titoli europei, un dominio assoluto che sembrava interrotto solo da gravissimi infortuni, come

la rottura del tendine d’Achille che gli impedì di partecipare alle Olimpiadi di Barcellona 1992. in quanto

in quanto

La sua impresa più poetica e commovente, però, si compie ad Atene 2004: a 34 anni, un’età in cui la maggior parte

dei ginnasti è già ritirata da tempo, Chechi torna in pedana dopo l’ennesimo grave infortunio e conquista uno storico

e insperato bronzo, coronando una carriera leggendaria. Oggi, lontano dalle gare, continua a essere un punto di

riferimento per lo sport italiano, distinguendosi per la sua simpatia, la sua competenza e quel carattere schietto e

genuino che non ha mai smesso di legarlo alla sua Prato. Qual è la storia di Juri Chechi?

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Roberto Benigni

Roberto Benigni

chi è Roberto Benigni?

Nato a Manciano La Misericordia (Arezzo) nel 1952, Roberto Benigni incarna alla perfezione l’essenza del

“toscanaccio”: dissacrante, vulcanico, ma dotato di una sensibilità poetica straordinaria. Cresciuto in una famiglia

contadina e umile, ha iniziato la sua carriera con il teatro d’avanguardia e la televisione, sconvolgendo il pubblico

con la sua satira politica e di costume, sempre libera e senza filtri.

 

La svolta mondiale arriva nel 1997 con “La vita è bella”, un capolavoro assoluto da lui scritto, diretto e interpretato.

Riuscire a raccontare la tragedia dell’Olocausto attraverso la chiave della favola e del sorriso sembrava un’impresa

impossibile, eppure Benigni ha commosso il pianeta, conquistando tre premi Oscar. Storica la sua esultanza, quando

balzò sulle poltrone del Dolby Theatre alla chiamata di Sophia Loren.

 

Negli ultimi anni, Benigni si è trasformato in un eccezionale divulgatore culturale. La sua memorabile lettura e

spiegazione della Divina Commedia di Dante Alighieri ha riempito le piazze e incollato milioni di telespettatori allo

schermo, dimostrando come la cultura alta possa diventare popolare e accessibile a tutti grazie alla passione e

all’uso sapiente del dialetto e dell’espressività toscana.

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Andrea Bocelli

Andrea Bocelli

Nato a Lajatico (Pisa) nel 1958, Andrea Bocelli ha portato la grande tradizione vocale italiana nei teatri e negli stadi di tutto il mondo. Cresciuto nella campagna toscana, ha manifestato fin da bambino un legame viscerale con la musica, studiando pianoforte, flauto e sassofono, nonostante i problemi alla vista che lo avrebbero poi portato alla totale cecità a dodici anni. Dopo una laurea in Giurisprudenza a Pisa e qualche anno di esibizioni nei pianobar, la svolta arriva nei primi anni Novanta, quando viene scoperto da Zucchero e lanciato definitivamente da Luciano Pavarotti.

Il successo planetario si consolida nel 1997 con l’album “Romanza”, che contiene la celeberrima “Con te partirò”. Il brano diventa un inno globale, capace di unire la potenza della lirica alle melodie del pop, inaugurando il genere “pop-opera” di cui Bocelli è il massimo esponente mondiale.

Bocelli non ha mai reciso le sue radici toscane: a Lajatico ha ideato il Teatro del Silenzio, un anfiteatro naturale dove ogni anno si esibisce davanti a un pubblico internazionale. Con oltre 90 milioni di dischi venduti e una stella sulla Hollywood Walk of Fame, incarna quel mix tipicamente toscano di determinazione e amore per la bellezza.

Carlo Conti

Carlo Conti

Nato a Firenze nel 1961, Carlo Conti è uno dei volti più noti, rassicuranti e amati della televisione italiana. Perfetto erede della grande tradizione dei presentatori “garanti” dello spettacolo, incarna un’ironia fluida, pronta e mai volgare. Dopo gli esordi in radio e nelle tv locali toscane tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta – un periodo d’oro in cui ha incrociato la strada di amici storici come Leonardo Pieraccioni e Giorgio Panariello – è approdato in Rai, diventandone una colonna portante.

La sua carriera è costellata di successi clamorosi nel pre-serale e nel prime-time, grazie a programmi di grandissimo seguito come “L’eredità”, “Tale e quale show” e “I migliori anni”. Il culmine del suo percorso artistico arriva con la direzione artistica e la conduzione del Festival di Sanremo per tre edizioni consecutive, dal 2015 al 2017, collezionando record di ascolti e unanimi consensi per la sua impeccabile macchina organizzativa, un ruolo d’oro che è tornato a ricoprire anche in anni più recenti.

Legatissimo alla sua terra, Conti non ha mai perso l’accento né l’attaccamento a Firenze, dove torna appena può. Con il suo stile sobrio, la battuta sempre pronta e la leggendaria abbronzatura tutto l’anno, rappresenta la toscanità che sa essere professionale, ironica e vicina al cuore del grande pubblico.

Alessandro Paci

Alessandro Paci

Nato a Firenze nel 1964, Alessandro Paci – per tutti semplicemente “Il Paci” – è uno dei volti più rappresentativi della comicità toscana spicciola, quella genuina, popolare e sferzante dei cabaret e delle tv locali. Insieme all’amico di sempre Massimo Ceccherini, ha formato un duo comico memorabile negli anni Novanta, portando nei teatri e al cinema sketch surreali, dissacranti e dominati da quell’improvvisazione fulminea che solo i toscani possiedono nel DNA.

Il grande successo di pubblico arriva proprio a teatro con spettacoli cult come “Aria Fresca”, la storica trasmissione che ha fatto da trampolino di lancio per un’intera generazione di comici toscani. Paci si è distinto anche sul grande schermo, sia come attore in commedie campionasse d’incassi, sia dietro la macchina da presa come regista di pellicole indipendenti e goliardiche (come “Andata e ritorno”), sempre fortemente radicate nella cultura e nella parlata della sua terra.

Oltre al cinema e al teatro, Paci è un pilastro della radiofonia e della televisione regionale, capace di reinventarsi continuamente tra barzellette, scherzi telefonici e conduzioni brillanti. Con la sua contagiosa risata, l’espressività facciale unica e la battuta sempre pronta alla “masticatura” fiorentina, rappresenta il lato più scanzonato, pop e orgogliosamente verace della comicità toscana.

Paolo Virzì

Paolo Virzì

Nato a Livorno nel 1964, Paolo Virzì è uno dei registi e sceneggiatori più importanti del cinema italiano contemporaneo, considerato il vero erede della gloriosa stagione della “commedia all’italiana”. Cresciuto nel popolarissimo quartiere delle Sorgenti a Livorno, ha saputo raccontare come nessun altro la provincia toscana, trasformandola in uno specchio universale dei vizi, delle virtù, delle nevrosi e delle speranze dell’intera società italiana.

Il suo debutto alla regia avviene nel 1994 con “La bella vita”, ma è con capolavori come “Ovosodo” (Gran Premio della Giuria a Venezia nel 1997) che Virzì dipinge il suo affresco più intimo e poetico della sua Livorno, raccontando con disincanto e tenerezza la crescita di un ragazzo della classe operaia. Nella sua lunghissima carriera ha firmato altri enormi successi critici e di pubblico, tra cui “Tutta la vita davanti”, “La prima cosa bella” e il pluripremiato “Il capitale umano”, dimostrando una straordinaria capacità di oscillare tra la risata amara e il dramma profondo.

Virzì porta nel suo cinema un’impronta profondamente toscana e, nello specifico, livornese: uno sguardo ironico, caustico, a tratti ferocemente satirico, ma sempre guidato da una grandissima umanità e da un amore viscerale per i suoi personaggi, soprattutto quelli più fragili o sconfitti dalla vita.

Jovanotti

Jovanotti

Sebbene sia nato a Roma nel 1966 a causa del lavoro del padre, Lorenzo Cherubini – in arte Jovanotti – è a tutti gli effetti un toscano doc. Le sue radici affondano profondamente a Cortona, la splendida cittadina in provincia di Arezzo da cui proviene la sua famiglia, dove ha scelto di vivere da sempre e che è diventata il quartier generale della sua creatività e della sua vita privata.

La sua carriera è una delle parabole più straordinarie della musica italiana: partito alla fine degli anni Ottanta come scanzonato deejay e pioniere dell’hip hop nostrano, Jovanotti si è evoluto nel corso dei decenni in un cantautore maturo, un filosofo pop e un innovatore capace di fondere la world music, il rock e l’elettronica. Canzoni come “A te”, “L’ombelico del mondo” e “Ragazzo fortunato” sono entrate di diritto nella colonna sonora di intere generazioni.

Jovanotti porta nella sua arte quell’energia solare, quella curiosità infinita e quell’ottimismo travolgente che coltiva proprio tra le colline toscane. Ideatore di eventi rivoluzionari come il Jova Beach Party, Lorenzo ha mantenuto un legame indissolubile con Cortona, promuovendo festival culturali e trasformando la campagna aretina in un laboratorio d’idee aperto al mondo, dimostrando come la tradizione toscana possa sposarsi perfettamente con uno spirito globale e cosmopolita.

Amedeo Modigliani

Amedeo Modigliani

Nato a Castagneto Carducci (Livorno) nel 1906 come Giuseppe Emanuele Modigliani, ma universalmente noto come “Modì”, è stato uno dei pittori e scultori più iconici e tragici del Novecento. Cresciuto a Livorno in una colta famiglia ebraica, assimilò l’arte dei Macchiaioli e dei maestri del Trecento toscano prima di trasferirsi nel 1906 a Parigi, nel cuore pulsante di Montmartre e Montparnasse, dove divenne l’archetipo dell’artista maledetto.

Il suo stile, assolutamente inconfondibile, nacque dalla fusione tra lo studio dell’arte primitiva africana e la purezza lineare del Rinascimento italiano. I suoi celebri ritratti e nudi femminili sono caratterizzati da colli lunghissimi, volti affusolati come maschere di pietra e occhi spesso privi di pupille, specchio di un’indagine interiore che cercava l’anima del soggetto piuttosto che la sua somiglianza reale. “Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi”, era solito dire.

Logorato dalla tubercolosi, dalla povertà estrema e dall’abuso di alcol e droghe con cui tentava di lenire il dolore fisico, Modigliani morì a Parigi nel 1920 a soli 35 anni. La sua morte fu seguita dal tragico suicidio della compagna e musa Jeanne Hébuterne, consacrando per sempre il mito romantico e struggente del suo genio incompreso in vita.

Paolo e Vittorio Taviani

Paolo e Vittorio Taviani

Nato a San Miniato (Pisa) nel 1929 e scomparso nel 2024, Paolo Taviani, insieme al fratello Vittorio (1931-2018), ha formato una delle coppie di registi più straordinarie del cinema internazionale. Nati e cresciuti nella provincia pisana, i fratelli Taviani hanno saputo fondere l’impegno civile e politico con una poesia visiva lirica, austera e profondamente radicata nella cultura contadina e antifascista della loro Toscana natale.

Il loro cinema è caratterizzato da uno stile unico, in cui la regia a quattro mani si traduceva in un’armonia perfetta sul set, alternandosi nelle inquadrature senza mai dividersi la paternità delle scelte. Il successo internazionale arriva nel 1977 con “Padre padrone”, capolavoro tratto dal libro di Gavino Ledda che conquista la Palma d’oro a Cannes, seguito nel 1982 da “La notte di San Lorenzo”, una rievocazione struggente e mitica della Resistenza nelle campagne toscane vista attraverso gli occhi di una bambina.

Capaci di reinventarsi anche in tarda età, nel 2012 hanno vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino con “Cesare deve morire”, interpretato dai detenuti del carcere di Rebibbia. Paolo e Vittorio hanno portato sul grande schermo lo spirito toscano più nobile: fiero, rigoroso, profondamente umanista e sempre schierato dalla parte degli ultimi.

Gianna Manzini

Gianna Manzini

Nata a Siena nel 1904, Gianna Manzini è stata una delle scrittrici più raffinate, originali e ingiustamente dimenticate del Novecento italiano. Cresciuta in una famiglia colta ma segnata dalle persecuzioni politiche del padre anarchico, si trasferì a Firenze per studiare lettere prima di stabilirsi definitivamente a Roma. Lì si inserì nei circoli letterari più importanti dell’epoca, diventando amica di Montale, Gadda e Ungaretti.

La sua scrittura si distingue per uno stile unico e d’avanguardia, caratterizzato da una prosa lirica, densa, quasi musicale, che esplora la psicologia dei personaggi attraverso la memoria e i sensi. Scrittrice della natura, degli animali e dei legami familiari, la Manzini ha saputo descrivere il mondo invisibile delle emozioni con una precisione chirurgica. Tra i suoi capolavori spiccano “Lettera all’editore” e il romanzo autobiografico “Ritratto in piedi”, del 1971, con cui vinse il Premio Campiello e in cui rievoca con straordinaria forza la figura del padre.

La sua toscanità si esprimeva in una cura maniacale per la parola e per la purezza della lingua, lontana da ogni retorica facile. Scomparsa a Roma nel 1974, la sua opera rimane un pilastro della letteratura italiana, un esempio di modernità e indipendenza intellettuale femminile.

Gianna Nannini

Gianna Nannini

Nata a Siena nel 1954, nella contrada dell’Oca, Gianna Nannini è l’icona indiscussa del rock al femminile in Italia. Figlia di un noto industriale dolciario, ha manifestato fin da giovane uno spirito ribelle e indipendente, rifiutando il destino nell’azienda di famiglia per trasferirsi a Milano a diciott’anni e inseguire la musica.

Con la sua voce graffiante, roca e inconfondibile, e una presenza scenica travolgente, ha scardinato i canoni della canzone italiana. Il successo arriva tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta con brani provocatori e di impatto planetario come “America”, “Fotoromanza” e “Bello e impossibile”. Nel 1990, la sua voce consacra “Un’estate italiana” (cantata con Edoardo Bennato) come l’inno indimenticabile dei mondiali di calcio.

Accanto all’anima rock ed eclettica, che l’ha resa celebre in tutta Europa, la Nannini ha sempre mantenuto una vena melodica profonda e colta, collaborando con grandi intellettuali. Nel 2010 è diventata madre di Penelope, una scelta vissuta con la consueta libertà. Gianna unisce una mentalità internazionale a un legame viscerale con la sua terra, incarnando lo spirito senese più fiero, viscerale e indomabile.

Giorgio Panariello

Giorgio Panariello

Nato a Firenze nel 1960 ma cresciuto e legatissimo a Versilia e Prato, Giorgio Panariello è uno dei comici, showman e attori più amati del panorama italiano. Cresciuto con i nonni a Cinquale, ha iniziato la sua carriera nelle radio locali e nei locali della costa toscana, dove ha stretto un sodalizio artistico storico con Leonardo Pieraccioni e Carlo Conti.

La sua comicità si basa su una straordinaria capacità camaleontica di creare personaggi surreali ma specchio della realtà, come il celebre PR Mario il bagnino o il bizzarro Merigo. Il grande successo televisivo arriva tra gli anni Novanta e Duemila con show campioni di incassi come “Torno Sabato”, che lo consacrano re del varietà del sabato sera. Nel 2006 ha anche condotto il Festival di Sanremo. Panariello incarna la toscanità arguta, allegra e scanzonata, capace di ironizzare sui difetti umani con un calore e una simpatia travolgenti, senza mai perdere il legame profondo con le sue radici provinciali.

Marcello Lippi

Marcello Lippi

Nato a Viareggio nel 1948, Marcello Lippi è una leggenda del calcio mondiale e l’architetto del trionfo azzurro al Mondiale del 2006, trasformandosi in una delle figure più autorevoli dello sport italiano.

Dopo una solida carriera da difensore nella Sampdoria, intraprende la strada della panchina. Pur senza un passato da calciatore pluridecorato, compensa con un’eccezionale intelligenza tattica e un carisma magnetico. Dopo gli ottimi esordi con Atalanta e Napoli, nel 1994 approda alla Juventus, dove costruisce un ciclo vincente conquistando cinque scudetti e la Champions League del 1996.

Il punto più alto arriva alla guida della Nazionale. Nel 2006, mentre il calcio italiano è travolto dallo scandalo Calciopoli, Lippi fa da scudo alla squadra e compatta lo spogliatoio. Attraverso un torneo impeccabile – segnato dalla storica semifinale vinta contro la Germania padrona di casa – guida l’Italia fino alla finale di Berlino contro la Francia, conquistando il quarto titolo mondiale.

Con questo trionfo diventa il primo allenatore a vincere sia la Champions League sia il Mondiale, successo che replicherà anni dopo in Asia conquistando la Champions continentale con il Guangzhou.

Lippi ha incarnato una toscanità forte, schietta e orgogliosa. Con lo sguardo penetrante e l’inseparabile sigaro, è stato il condottiero lucido che, con visione tattica e determinazione incrollabile, ha riportato l’Italia sul tetto del mondo.

Roberto Cavalli

Roberto Cavalli

Nato a Firenze nel 1940, profondamente legato alla provincia per le sue radici, le sue tenute e la sua ispirazione, Roberto Cavalli è stato uno degli stilisti più rivoluzionari e iconici della moda globale. Cresciuto in una famiglia di artisti (il nonno era un noto pittore macchiaiolo), studiò all’Istituto d’Arte sviluppando una passione unica per la stampa su tessuto e per la sperimentazione dei materiali.

Negli anni Settanta brevettò un innovativo procedimento di stampa su pelle e creò i suoi primi patchwork, conquistando subito le passerelle di Parigi e Milano. Lo stile Cavalli è diventato sinonimo di glamour selvaggio, sensualità ed eccesso visivo, celebre in tutto il mondo per l’uso pionieristico delle stampe animalier (maculati, zebrati, tigrati) e per i jeans stretch sabbiati. Ha vestito le più grandi star internazionali, da Madonna a Beyoncé, creando un impero del lusso. Scomparso nel 2024, Cavalli ha portato nel mondo lo spirito toscano più audace, artistico e anticonformista, trasformando la natura in alta moda.

Pupo (Enzo Ghinazzi)

Pupo (Enzo Ghinazzi)

Nato a Ponticino (Arezzo) nel 1955, Enzo Ghinazzi – in arte Pupo – è un cantautore, paroliere e conduttore televisivo tra i più noti e poliedrici della musica leggera italiana. Inizia la sua carriera nella seconda metà degli anni Settanta, conquistando rapidamente le classifiche nazionali e internazionali con brani pop orecchiabili e romantici, caratterizzati da una melodia limpida e immediata.

Canzoni come “Su di noi”, “Gelato al cioccolato” (scritta insieme a Cristiano Malgioglio) e “Firenze Santa Maria Novella” sono diventate veri e propri cult della musica italiana, vendendo milioni di dischi anche all’estero, in particolare in Russia e nell’Europa dell’Est. A partire dagli anni Duemila, Pupo si è reinventato con grandissimo successo come conduttore televisivo e radiofonico, guidando quiz popolarissimi come “Affari tuoi” e rivelandosi un opinionista acuto, ironico e senza peli sulla lingua. Senza mai nascondere i momenti difficili della sua vita privata, Pupo incarna l’autenticità e l’arguzia della provincia aretina.

Walter Mazzarri

Walter Mazzarri

Nato a San Vincenzo (Livorno) nel 1961, Walter Mazzarri è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, noto per il suo carattere passionale, grintoso e per la grande intensità che sa trasmettere alle sue squadre. Cresciuto calcisticamente nelle giovanili della Fiorentina, ha vissuto una solida carriera da centrocampista prima di dedicarsi alla panchina, dove ha costruito i suoi successi più grandi.

Mazzarri si è imposto all’attenzione del grande calcio guidando la Reggina a una storica salvezza e, successivamente, portando la Sampdoria in finale di Coppa Italia. Il culmine della sua carriera arriva sulla panchina del Napoli tra il 2009 e il 2013, dove conquista una Coppa Italia e riporta il club in Champions League con un gioco spettacolare e verticale. Ha allenato anche grandi club come l’Inter, il Torino e il Watford in Premier League. Con la sua gestualità accesa a bordo campo e la sua schiettezza nelle interviste, Mazzarri rappresenta appieno lo spirito livornese: verace, combattivo, che non molla mai davanti alle difficoltà.

Indro Montanelli

Indro Montanelli

Nato a Fucecchio (Firenze) nel 1909, Indro Montanelli è stato il più grande, autorevole e controverso giornalista italiano del Novecento. Laureato in Giurisprudenza e Scienze Politiche, visse una vita avventurosa come corrispondente di guerra, testimone dei più grandi eventi del secolo scorso, dalla guerra d’Etiopia alla rivoluzione d’Ungheria del 1956.

Storica firma del Corriere della Sera, nel 1974 fondò Il Giornale, che diresse per vent’anni con uno stile inconfondibile, diventando il punto di riferimento del pensiero laico e conservatore italiano. Fu anche uno straordinario divulgatore storico grazie alla sua monumentale “Storia d’Italia”, scritta con un linguaggio accessibile, ironico e privo di retorica accademica. Gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1977, Montanelli affrontò l’attentato con lo stesso distacco e coraggio che lo contraddistinguevano. Scomparso a Milano nel 2001, ha incarnato la toscanità più pura: anarchico, anticonformista, allergico al potere e dotato di una penna affilata come un rasoio.

Paolo Ruffini

Paolo Ruffini

Nato a Livorno nel 1978, Paolo Ruffini è un attore, regista, conduttore televisivo e sceneggiatore tra i più poliedrici dello spettacolo italiano contemporaneo. Ha mosso i primi passi nel mondo della comunicazione vincendo un concorso per MTV nei primi anni Duemila, diventando rapidamente uno dei volti più freschi e amati della rete musicale prima di approdare al cinema e ai grandi show generalisti.

Ruffini ha condotto con grande successo programmi comici cult come “Colorado” ed è stato protagonista di numerose commedie cinematografiche, firmando anche la regia di pellicole campioni di incassi come “Fuga di cervelli”. Accanto alla vena comica e alla tipica ironia livornese, dissacrante e goliardica, ha sviluppato una profonda sensibilità per il sociale. Il suo progetto teatrale e cinematografico Up & Down, uno spettacolo straordinario realizzato insieme a attori con sindrome di Down, ha commosso e divertito l’Italia, dimostrando la sua capacità di unire la risata alla riflessione.

Stefania Sandrelli

Stefania Sandrelli

Nata a Viareggio (Lucca) nel 1946, Stefania Sandrelli è una delle attrici più iconiche, amate e premiate della storia del cinema italiano, un volto simbolo che ha attraversato oltre sessant’anni di film d’autore, commedie e successi televisivi.

Viene scoperta giovanissima, a soli quindici anni, quando il regista Pietro Germi la sceglie per interpretare la memorabile Angela nel capolavoro “Divorzio all’italiana” (1961) accanto a Marcello Mastroianni. Con la sua bellezza fresca, spontanea e squisitamente mediterranea, la Sandrelli diventa immediatamente la musa della commedia all’italiana, incarnando un nuovo modello femminile: sensuale, genuino e modernamente indipendente. Pochi anni dopo, sempre sotto la regia di Germi, consolida il successo con “Sedotta e abbandonata”.

Nella sua straordinaria carriera ha lavorato con i più grandi registi del nostro cinema, da Bernardo Bertolucci (“Il conformista”, “Novecento”) a Ettore Scola (“C’eravamo tanto amati”), fino a Tinto Brass nel celebre ed erotico “La chiave”. Ha collezionato ben tre David di Donatello e nel 2005 ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia. Stefania ha sempre mantenuto intatta quella sua tipica parlata dolce e solare della Versilia, rimanendo un’antidiva per eccellenza, schietta e profondamente fiera delle sue radici toscane.

Franco Zeffirelli

Franco Zeffirelli

Nato a Firenze nel 1923, Franco Zeffirelli è stato uno dei registi, scenografi e intellettuali più poliedrici, visionari e celebrati della cultura internazionale del Novecento. Figlio illegittimo, crebbe sotto la tutela delle zie e di una comunità di istitutrici inglesi (le “Scorpioni”), esperienza che avrebbe poi raccontato nel film autobiografico “Un tè con Mussolini”.

Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti e la cruciale esperienza come aiuto regista di Luchino Visconti, Zeffirelli impose il suo stile inconfondibile, caratterizzato da un gusto estetico monumentale, sfarzoso e di assoluto rigore filologico. Al cinema firmò capolavori planetari come “Romeo e Giulietta” (1968), che ottenne quattro nomination agli Oscar, “Fratello sole, sorella luna” e il colossale sceneggiato televisivo “Gesù di Nazareth”, trasmesso in tutto il mondo.

Parallelamente, fu il re indiscusso della regia lirica nei più prestigiosi teatri del globo, dal Metropolitan di New York alla Scala di Milano, collaborando intensamente con dive assolute come Maria Callas. Nominato Cavaliere dall’Impero Britannico e senatore della Repubblica Italiana, si spense a Roma nel 2019. Zeffirelli ha incarnato l’essenza dell’umanesimo toscano: un amore viscerale per il bello, per l’armonia classica e per la grandiosità dell’arte.

Francesco Nuti

Francesco Nuti

Nato a Prato nel 1955 (anche se registrato alla nascita a Firenze), Francesco Nuti è stato uno dei registi, attori e sceneggiatori più amati, brillanti e malinconici del cinema italiano degli anni Ottanta e Novanta.

Ha mosso i primi passi nel cabaret con il celebre trio dei Giancattivi (insieme ad Alessandro Benvenuti e Athina Cenci), per poi debuttare come solista al cinema. In breve tempo è diventato il re indiscusso del botteghino italiano grazie a una serie di commedie romantiche e surreali da lui dirette e interpretate, come “Io, Chiara e lo Scuro”, “Casablanca, Casablanca”, “Tutta colpa del paradiso” e “Donne con le gonne”. Il suo cinema si distingueva per un mix unico di comicità stralunata, romanticismo e una sottile, struggente solitudine. Era anche un ottimo musicista: indimenticabile la sua canzone “Sarà per te”, presentata a Sanremo nel 1988.

Dopo il declino commerciale alla fine degli anni Novanta, la sua vita è stata segnata da gravi problemi di salute e da un drammatico incidente domestico nel 2006 che lo ha lasciato parzialmente invalido. Scomparso a Roma nel 2023, Nuti ha incarnato la toscanità più sensibile: ironica, poetica, fiera ma percorsa da una fragilità e da una dolcezza uniche.

Leonardo Pieraccioni

Leonardo Pieraccioni

Nato a Firenze nel 1965, Leonardo Pieraccioni è uno dei registi, attori e sceneggiatori più amati e di maggior successo commerciale del cinema italiano contemporaneo.

Dopo gli esordi nei cabaret toscani e nei programmi comici locali – dove stringe lo storico sodalizio fraterno con Carlo Conti e Giorgio Panariello –, debutta alla regia cinematografica nel 1995 con “I laureati”. Il successo planetario e travolgente arriva l’anno successivo con “Il ciclone” (1996), una commedia corale, fresca e travolgente che polverizza i record del botteghino italiano, incassando oltre 75 miliardi di lire e diventando un cult assoluto. Formula replicata con grandissimo successo nel 1997 con “Fuochi d’artificio”.

Il cinema di Pieraccioni si caratterizza per una narrazione garbata, romantica e solare, dove il tipico scetticismo ironico toscano fa da contraltare a storie d’amore favolistiche e a una galleria di indimenticabili caratteristi toscani. Attivissimo ancora oggi sia dietro la macchina da presa che a teatro, Pieraccioni incarna la toscanità più leggera, scanzonata e sentimentale, capace di raccontare la provincia con immenso affetto, poesia e un’ironia sempre benevola.

Alessandro Benvenuti

Alessandro Benvenuti

Nato a Pelago (Firenze) nel 1950, Alessandro Benvenuti è un attore, regista, sceneggiatore e drammaturgo tra i più raffinati, dotti e poliedrici del panorama teatrale e cinematografico toscano.

La sua carriera comincia alla fine degli anni Settanta quando, insieme a Francesco Nuti e Athina Cenci, fonda i Giancattivi, uno storico trio comico capace di rivoluzionare il cabaret italiano con un umorismo surreale, colto e stralunato. Il debutto cinematografico del trio avviene nel 1981 con il film cult “Ad ovest di Paperino”, da lui diretto. Dopo lo scioglimento del gruppo, Benvenuti prosegue una felicissima carriera da regista e attore, firmando commedie memorabili e spietate sulla famiglia e sulla provincia toscana, come “Benvenuti in casa Gori” (1990) e il suo seguito “Ritorno a casa Gori”.

Negli anni, Benvenuti ha mantenuto una grandissima centralità soprattutto a teatro, come autore e direttore artistico di importanti teatri toscani. In anni recenti, ha conquistato le nuove generazioni interpretando il burbero ma irresistibile Emo Bandinelli nella fortunatissima serie TV I delitti del BarLume. Benvenuti incarna la toscanità più arguta, geometrica e caustica: un intellettuale del palcoscenico capace di far ridere ferendo, unendo la satira sociale alla poesia.

Athina Cenci

Athina Cenci

Nata a Kos (allora possedimento italiano nel Dodecaneso) nel 1946, ma cresciuta e naturalizzata a Prato, Athina Cenci è una delle attrici più carismatiche, sofisticate e ironiche della commedia e del teatro italiano.

La sua svolta artistica avviene alla fine degli anni Settanta quando, unendosi ad Alessandro Benvenuti e Francesco Nuti, dà vita allo storico trio comico dei Giancattivi. All’interno del gruppo, Athina si distingue subito come la spalla perfetta e l’elemento destabilizzante: la sua comicità algida, stralunata, intellettuale e flemmatica fa da perfetto contraltare all’esuberanza dei compagni. Insieme firmano il cult cinematografico “Ad ovest di Paperino” (1981).

Dopo lo scioglimento del trio, intraprende una carriera solista straordinaria, dimostrando una grandissima versatilità sia in ruoli comici che drammatici. Vince ben due David di Donatello come miglior attrice non protagonista: il primo nel 1987 per “Speriamo che sia femmina” di Mario Monicelli e il secondo nel 1989 per “Compagni di scuola” di Carlo Verdone, dove interpreta l’indimenticabile e cinica psicologa fumatrice.

Attiva anche in televisione e in politica (è stata consigliera comunale a Firenze), nel 2001 la sua carriera subisce un’interruzione a causa di un grave ictus. Con enorme forza di volontà, è tornata negli anni successivi sul palcoscenico. Athina Cenci incarna una toscanità aristocratica, arguta e pungente, capace di graffiare con un solo sguardo e un’ironia elegantissima.

Carlo Monni

Carlo Monni

Nato a Campi Bisenzio (Firenze) nel 1943, Carlo Monni è stato uno degli attori più anarchici, viscerali e poeticamente dissacranti che la Toscana abbia mai regalato al cinema e al teatro italiano.

Fiero interprete di una toscanità rurale, verace e popolaresca, Monni muove i primi passi negli spettacoli di cabaret e nel teatro d’avanguardia degli anni Settanta. Il sodalizio artistico e fraterno con Roberto Benigni segna la sua consacrazione: insieme creano sketch memorabili in televisione (come nel programma Onda Libera) e al cinema, dove Monni interpreta l’indimenticabile e rissoso Bozzone nel film cult “Berlinguer ti voglio bene” (1977), diretto da Giuseppe Bertolucci.

Nella sua lunghissima carriera lavora con grandi registi come Mario Monicelli, Marco Ferreri e Paolo Virzì (in “N. – Io e Napoleone”), diventando un caratterista amatissimo, capace di riempire la scena con la sua fisicità prorompente, la voce tonante e le geniali improvvisazioni in vernacolo. Sotto la scorza del toscano ruspante, rozzo e mangiatore di fagioli, Monni nascondeva però un’anima colta e una sensibilità poetica straordinaria, profondo conoscitore e fine dicitore dei versi di Dante, Cecco Angiolieri e dei poeti estemporanei.

Scomparso a Firenze nel 2013, ha vissuto sempre come un uomo libero e un “anarchico della vita”, preferendo le camminate scalzo al parco delle Cascine e i brindisi nelle osterie ai tappeti rossi del cinema.

Irene Grandi

Irene Grandi

Nata a Firenze nel 1969, Irene Grandi è una delle cantautrici e icone rock-pop più carismatiche, grintose e versatili della musica leggera italiana contemporanea.

Inizia la sua gavetta nei primi anni Novanta esibendosi con diversi gruppi nei locali toscani, fino al debutto solista al Festival di Sanremo nel 1994 nella sezione Nuove Proposte con il brano “Fuori”. La consacrazione immediata arriva pochi mesi dopo con l’album d’esordio e il singolo trascinante “Tvagb”, scritto per lei da Jovanotti. Dotata di una voce graffiante, potente e ricca di sfumature, Irene impone fin da subito un’immagine fresca, energica e felicemente anticonformista.

Il picco del successo commerciale arriva tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila grazie a collaborazioni storiche: Vasco Rossi scrive per lei le hit planetarie “La tua ragazza sempre” (seconda a Sanremo 2000) e “Prima di partire per un lungo viaggio”, mentre Francesco Bianconi dei Baustelle firma la celebre “Bruci la città”.

Nel corso della sua maturità artistica, la Grandi ha saputo evolversi con coraggio, esplorando territori jazz, blues e teatrali, dimostrando una curiosità intellettuale fuori dal comune. Irene incarna alla perfezione l’anima della Firenze contemporanea: solare, ribelle, dotata di un’ironia rock ed elegante, capace di unire la melodia pop a un’energia travolgente.

Mario Monicelli

Mario Monicelli

Nato a Viareggio (Lucca) nel 1915, Mario Monicelli è stato uno dei più grandi registi e sceneggiatori della storia del cinema mondiale, universalmente considerato il padre e il massimo esponente della Commedia all’italiana.

Figlio di un noto giornalista mantovano, Monicelli crebbe respirando cultura e sviluppando precocemente lo spirito caustico, dissacrante e ironico tipico della sua terra natale. Il suo colpo di genio cinematografico fu quello di applicare lo sguardo tragico e neorealista alle storie comiche, raccontando le disavventure di un’Italia povera, furba e disperata attraverso una galleria di antieroi, vigliacchi e sognatori.

Ha firmato capolavori assoluti che hanno segnato la storia del costume italiano: da “I soliti ignoti” (1958), che inventò il genere del caper movie all’italiana e consacrò Vittorio Gassman come attore comico, a “La grande guerra” (1959), Leone d’Oro a Venezia, capace di far ridere e commuovere sulla tragedia del primo conflitto mondiale. Portano la sua firma anche cult generazionali come “L’armata Brancaleone” e i primi due capitoli della saga di Amici miei, manifesto definitivo della goliardia e della “zingarata” toscana.

Candidato ben sei volte al Premio Oscar e premiato con il Leone d’Oro alla carriera nel 1991, Monicelli è scomparso a Roma nel 2010. Ha incarnato la toscanità più lucida, cinica e aristocratica: un uomo fiero, coerente e privo di retorica, che ha saputo svelare i difetti degli italiani facendoli ridere di se stessi.

Paolo Rossi

Paolo Rossi

Nato a Prato nel 1956, Paolo Rossi – per tutti e per sempre “Pablito” – è stato una leggenda del calcio mondiale e l’eroe indiscusso del trionfo azzurro al Campionato del Mondo del 1982, trasformandosi in una delle icone popolari più amate della storia d’Italia.

Cresciuto calcisticamente nelle giovanili della Cattolica Virtus a Firenze e poi nella Juventus, Rossi esplode giovanissimo con il Lanerossi Vicenza. Pur privo di una stazza fisica imponente, compensa con un tempismo sovrannaturale, un’intuizione fulminea in area di rigore e uno scatto bruciante che spiazza regolarmente i difensori avversari. Dopo l’ottimo Mondiale d’Argentina nel 1978, la sua carriera subisce una drammatica frenata nel 1980 a causa del coinvolgimento nello scandalo del Totonero, che gli costa due anni di squalifica (accusa da lui sempre fermamente respinta).

Il commissario tecnico Enzo Bearzot, contro il parere di tutta la stampa e dei tifosi, decide di aspettarlo e lo convoca per i Mondiali di Spagna 1982. Dopo una prima fase opaca, Rossi si sblocca nella leggendaria partita contro il Brasile stellare di Zico e Falcão, segnando una tripletta storica. Da quel momento diventa inarrestabile: firma una doppietta in semifinale contro la Polonia e il primo dei tre gol nella finalissima di Madrid contro la Germania Ovest.

Con sei reti complessive trascina l’Italia alla conquista del terzo titolo mondiale, vince la scarpa d’oro del torneo e, nello stesso anno, viene incoronato con il Pallone d’Oro. A livello di club vincerà poi tutto con la Juventus di Giovanni Trapattoni, conquistando due scudetti, una Coppa delle Coppe e una Coppa dei Campioni.

Scomparso prematuramente a Siena nel 2020, Paolo Rossi ha incarnato una toscanità gentile, garbata e solare. Lontano dagli eccessi e dalle spigolosità di altri campioni, ha rappresentato il riscatto italiano più poetico: l’uomo della provvidenza che, armato solo di intelligenza calcistica e del suo indimenticabile sorriso da ragazzo, è riuscito a scalare il tetto del mondo.

Gianluigi Buffon

Gianluigi Buffon

Nato a Carrara nel 1978, Gianluigi Buffon – per tutti semplicemente “Gigi” – è considerato all’unanimità uno dei più grandi portieri della storia del calcio mondiale, se non il più grande in assoluto, icona di longevità, carisma e leadership.

Cresciuto in una famiglia di grandissimi sportivi, Buffon debutta giovanissimo e in modo clamoroso in Serie A non ancora maggiorenne con la maglia del Parma. Vince una Coppa UEFA, una Coppa Italia e una Supercoppa, mostrando riflessi felini e una presenza fisica impressionante che rivoluzionano il ruolo del portiere moderno. Nel 2001 si trasferisce alla Juventus per la cifra record di 105 miliardi di lire, diventando il pilastro di un’era leggendaria: in bianconero vince ben 10 scudetti (record assoluto nella storia della Serie A), dimostrando una fedeltà commovente quando sceglie di scendere in Serie B nel 2006 dopo lo scandalo Calciopoli.

Il culmine della sua gloriosa carriera arriva proprio nel 2006, quando trascina la Nazionale Italiana alla vittoria del quarto Campionato del Mondo in Germania. Durante il torneo subisce soltanto due reti (un autogol e un rigore) e compie parate leggendarie, come il riflesso monumentale sul colpo di testa di Zinédine Zidane in finale, che gli vale il secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro dello stesso anno. Con 176 presenze, Buffon detiene il record assoluto di apparizioni nella storia della Nazionale azzurra.

Dopo una parentesi al Paris Saint-Germain e un ritorno romantico alla Juventus, chiude la sua infinita carriera laddove tutto era cominciato, al Parma, ritirandosi nel 2023 all’età di 45 anni. Oggi ricopre il ruolo di capo delegazione della Nazionale. Buffon incarna una toscanità fiera, verace e indomita: quella della terra apuana, dura e marmorea come le sue montagne, capace di unire una passionalità travolgente a un carattere carismatico che lo ha reso un leader indiscusso e rispettato in tutto il mondo.

Margherita Hack

Margherita Hack

Nata a Firenze nel 1922, Margherita Hack è stata una delle menti più brillanti della scienza italiana, una astrofisica di fama mondiale, eccezionale divulgatrice scientifica e la prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia.

Cresciuta in una famiglia aperta e anticonformista, si laureò in fisica all’Università di Firenze con una tesi sulle stelle Cefeidi. La sua attività di ricerca si concentrò sulla spettroscopia stellare, diventando un’autorità nello studio dell’evoluzione delle stelle e della composizione chimica delle loro atmosfere. Nel 1964 ottenne la cattedra di astronomia all’Università di Trieste e, contemporaneamente, la direzione dell’Osservatorio Astronomico di Trieste, che guidò per oltre vent’anni portandolo a una dimensione internazionale.

Oltre ai grandissimi meriti accademici, la “Signora delle Stelle” è entrata nel cuore dei cittadini per la sua straordinaria capacità di tradurre i segreti del cosmo in un linguaggio semplice, accessibile a tutti, attraverso decine di libri e memorabili apparizioni televisive. Nota per il suo ateismo convinto, il vegetarianismo militante e le sue battaglie per i diritti civili e la tutela degli animali, non ha mai nascosto le sue idee politiche e sociali.

Scomparsa a Trieste nel 2013, Margherita Hack ha incarnato la toscanità nella sua espressione più schietta, verace e anticonformista: una scienziata pop, ironica e fiera, caratterizzata da un’inconfondibile parlata toscana e da una profonda onestà intellettuale, che ha speso l’intera vita a guardare il cielo tenendo i piedi ben piantati a terra.

Tiziano Terzani

Tiziano Terzani

Nato a Firenze nel 1938, Tiziano Terzani è stato uno dei più grandi giornalisti, scrittori e reporter di guerra del Novecento, un uomo che ha raccontato la storia asiatica per oltre trent’anni prima di intraprendere un profondo cammino spirituale che lo ha trasformato in un maestro di vita per intere generazioni.

Cresciuto in una famiglia modesta a Monticelli (un rione popolare di Firenze), si laureò in giurisprudenza alla Scuola Normale di Pisa. Dopo un’esperienza alla Olivetti, scelse la strada del giornalismo, diventando lo storico corrispondente dall’Asia per il prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel. Terzani fu testimone oculare di eventi che hanno cambiato il corso della storia: visse la caduta di Saigon durante la guerra del Vietnam, assistette alla tragica presa del potere dei Khmer Rossi in Cambogia e raccontò il crollo dell’Unione Sovietica.

Il suo stile non era mai distaccato; Terzani amava immergersi totalmente nelle culture che raccontava, rifiutando l’eurocentrismo. Nel 1993, seguendo la profezia di un indovino cinese che gli aveva consigliato di non volare per un anno, viaggiò per tutta l’Asia solo via terra e via mare, un’esperienza straordinaria da cui nacque uno dei suoi libri più celebri, Un indovino mi disse.

Verso la fine della vita, la scoperta di un cancro lo spinse a rallentare il ritmo e a ritirarsi prima in un ashram in India e poi sui suoi amati binari della riflessione interiore. Nel suo ultimo, toccante libro, La fine è il mio inizio, dettato al figlio Folco prima di spegnersi a Orsigna (Pistoia) nel 2004, affrontò la morte con una serenità e una saggezza disarmanti.

Terzani ha incarnato una toscanità filosofica, curiosa e fieramente indipendente. Con la sua inconfondibile barba bianca e i suoi abiti di lino chiaro, ha lasciato in eredità il ritratto di un uomo libero che, dopo aver girato e compreso il mondo, ha capito che il viaggio più importante è sempre quello verso l’interno di se stessi.

Oriana Fallaci

Oriana Fallaci

Nata a Firenze nel 1929, Oriana Fallaci è stata una delle giornaliste e scrittrici più famose, amate e controverse del Novecento, la prima donna in Italia ad andare al fronte come inviata speciale e una firma leggendaria del giornalismo mondiale.

Cresciuta in una famiglia antifascista (il padre fu leader della Resistenza fiorentina), partecipò giovanissima alla lotta partigiana come staffetta con il nome di battaglia “Emilia”. Entrata nel giornalismo a soli diciassette anni, si impose rapidamente per il suo stile unico, aggressivo, privo di timori reverenziali e profondamente soggettivo. Ha raccontato per l’Europeo e il Corriere della Sera i più grandi conflitti del secolo, dalla guerra del Vietnam (diario di quell’esperienza fu Niente e così sia) al massacro di Tlatelolco in Messico, dove rimase gravemente ferita.

La sua fama internazionale è legata anche alle celeberrime interviste ai grandi della Terra (raccolte in Intervista con la storia), da Henry Kissinger a Golda Meir, fino allo storico faccia a faccia del 1979 con l’Ayatollah Khomeini, durante il quale, in segno di sfida per la condizione femminile, si tolse il chador che era stata costretta a indossare. Il suo legame sentimentale con il leader della resistenza greca Alexandros Panagulis ispirò il romanzo Un uomo.

Dopo anni di silenzio in cui si era ritirata a New York, colpita da un cancro da lei definito “l’Alieno”, tornò alla scrittura dopo l’11 settembre 2001 con il durissimo pamphlet La rabbia e l’orgoglio, un atto d’accusa feroce contro l’estremismo islamico e l’apatia dell’Occidente che scatenò accese polemiche mondiali.

Scomparsa a Firenze nel 2006, dove volle tornare a morire per poter guardare l’Arno, Oriana Fallaci ha incarnato la toscanità nella sua forma più spigolosa, battagliera, orgogliosa e intransigente. Una donna colta e scomoda, che ha fatto della sua penna un’arma per difendere strenuamente la propria libertà di pensiero.

Riccardo Marasco

Riccardo Marasco

Nato a Firenze nel 1938, Riccardo Marasco è stato il più grande cantastorie, menestrello e ricercatore della tradizione musicale toscana, capace di unire una comicità caustica a una profonda sensibilità poetica.

Diplomato in chimica, scelse la musica diplomandosi in chitarra classica. Dotato di una voce potente e duttile, accompagnato dalla sua inseparabile chitarra o dal liuto, Marasco ha dedicato la vita a salvare dall’oblio i canti popolari, le antiche ballate e gli stornelli toscani, dal Rinascimento fino al Novecento.

Al contempo, è entrato nell’immaginario collettivo per le sue canzoni satiriche, ironiche e sfrontate, spesso giocate sul filo del doppio senso e dello sberleffo tipicamente fiorentino. Brani come L’alluvione (cronaca tragicomica del disastro del 1966) e La tarantella di la’ dal fosso sono diventati dei veri e propri inni popolari a Firenze e non solo, tramandati di generazione in generazione. Fondò inoltre lo storico teatro-cabaret Il Cenacolo.

Scomparso a Firenze nel 2015, Marasco ha incarnato l’anima più verace, anarchica e arguta della toscanità: un artista colto che ha saputo ridere dei difetti dei suoi conterranei senza mai perdere l’amore per la propria terra, custode eterno dell’ironia e della memoria fiorentina.

Gino Bartali

Gino Bartali

Nato a Ponte a Ema (Firenze) nel 1914, Gino Bartali – soprannominato “Ginettaccio” per il suo carattere burbero e spigoloso – è stato uno dei più grandi campioni della storia del ciclismo mondiale e, soprattutto, un eroe silenzioso dell’umanità.

Campione immenso, fu il grande rivale di Fausto Coppi in un’Italia divisa e appassionata. Bartali ha vinto tre Giri d’Italia e due Tour de France. Il suo trionfo in Francia nel 1948 rimase leggendario: con le sue imprese sulle montagne, l’Italia dimenticò la tensione sociale seguita all’attentato a Palmiro Togliatti, sventando il rischio di una guerra civile.

Ma la sua vittoria più grande è rimasta segreta per decenni. Durante la seconda guerra mondiale, con la scusa degli allenamenti, Bartali fece parte di una rete clandestina di salvataggio: trasportò all’interno dei tubi della sua bicicletta i documenti falsi che salvarono oltre ottocento ebrei dalla deportazione. Cattolico fervente, non si vantò mai di questo, ripetendo che “il bene si fa, ma non si dice”.

Scomparso a Firenze nel 2000, è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni” nel 2013. Bartali ha incarnato una toscanità autentica, ironica e generosa, dimostrando che un vero campione si vede soprattutto quando scende dalla bicicletta.